Lo stile di Andrea Mantegna



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Lo stile di Andrea Mantegna

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Lo stile di Andrea Mantegna si rivela con caratteri già definiti fin dagli esordi, quando appena diciassettenne, l'artista era a Padova e dopo aver dipinto la Pala si Santa Sofia (oggi perduta) si accinse ad affrontare gli affreschi della Cappella Ovetari. Già in queste che sono le sue prime opere conosciute, la sua pittura manifesta una rara qualità, uno stile sostenuto da una sensibilità estetica e da una capacità tecnica straordinarie.
Ciò che colpì i suoi contemporanei, e in particolare Ludovico II Gonzaga, che vorrà con sè l'artista alla sua corte di Mantova, sono le novità che egli introdusse e l'originalità della sua pittura, pienamente rispondente al vivace clima culturale dell'area veneta del XV secolo.
Il percorso espressivo di Mantegna è fondato su una sintesi tra l'osservazione del dato naturale e il recupero delle delle radici storiche della classicità. Così il suo stile pittorico comprende una curatissima definizione del dettaglio, di gusto ancora tardogotico, ma anche una nuova, razionale presa sulla realtà tutta rinascimentale.
Le incredibili vedute prospettiche realizzate da Andrea, in cui alla visibilità totale dello spazio si affianca la visione analitica dei particolari, impressionarono gli uomini del suo tempo e fanno di lui uno dei primi creatori del "trompe-l'oeil".
Se la capacità di osservazione del vero deriva da un'innata sensibilità e da un grande esercizio di fronte al dato naturale, l'erudita conoscenza archeologica che Mantegna "sfoggia" fin dagli affreschi della Cappella Ovetari si deve soprattutto al suo apprendistato a Padova, presso Francesco Squarcione. Le ricostruzioni di monumenti antichi delle sue spettacolari vedute e i numerosi "pezzi" come statue, rilievi, frammenti di opere dell'antichità, rivelano una raffinata cultura che fu molto apprezzata ai suoi tempi.
La formazione dell'artista a Padova è stata cruciale, in quegli anni la città era in pieno rigoglio culturale. Qui si accoglievano sia alcune delle più alte testimonianze artistiche del gusto tardo-gotico, sia i nuovi fermenti umanistici. Il nuovo interesse per l'antichità dilagava nella città veneta attraverso studi e collezioni, mentre l'apertura al nuovo stile rinascimentale era provocata da artisti nprovenienti da Firenze, primo tra tutti Donatello, che soggiornò a Padova nel decennio 1443-1453, lasciando opere decisive come il Monumento al Gattamelata e l'Altare del Santo.
L'arte del grande scultore fiorentino divenne uno dei principali punti di riferimento per il giovane Mantegna, modello di tutte le sue opere giovanili e poi pienamente assimilato negli sviluppi successivi del suo stile.

Un'altra fase importante nell'evoluzione espressiva di Mantegna è il soggiorno a Ferrara, avvenuto nel 1449. la sua presenza nella città emiliana è registrata dai documenti, anche se non rimangono tracce del lavoro che vi ha svolto. Ma si tratta di un'esperienza che è stata fruttuosa: all'influenza dell'arte ferrarese, soprattutto quella di Cosmè Tura, si aggiunge la conoscenza dei fiamminghi come Rogier Van Der Weyden (che realizzò per Lionello d'Este una Deposizione) e di Piero della Francesca, anche lui presente a Ferrara. E' a questo punto che Andrea scelse quella particolare ricchezza cromatica, fatta di improvvise accensioni di toni e cominciò a soffermarsi con grande attenzione su ricercati dettagli naturalistici carichi di significati simbolici.
Nella pittura di Mantegna accanto alla precisione descrittiva, alla costruzione prospettica e alla cultura antiquaria, un ruolo importante è svolto dagli altri elementi di stile, principalmente pittorici, che si evovolsero con lui e determinarono la particolare espressività della sua opera. La linea, il colore, la luce si inseriscono nello spazio prospettico e nelle ambientazioni anticheggianti determinando suggestive atmosfere e concorrono insieme per rendere emotivamente percepibile l'immagine rappresentata.

Soprattutto nel periodo giovanile una linea sottile e descrittiva venne associata a colori squillanti e ad una particolare  lucentezza delle forme. Mantegna dipinse le superfici di tutte le cose e persino dei personaggi rappresentati con luci molto nitide e riflessi metallici per trasmettere una sensazione di compattezza e durezza che porta ad associare visivamente anche i corpi delle figure ai marmi delle architetture e degli elementi scultorei, come se appartenessero tutti alla stessa materia. Un esempio tra i più noti è la Pala di san Zeno a Verona, dove tutto sembra avere una compattezza e solidità straordinaria. Ma Mantegna seppe introdurre nelle sue opere anche una particolare atmosfera, come se lo spazio non fosse vuoto ma riempito da una sostanza impalpabile e gassosa. Attraverso quella luce calda, dorata e soffusa che invade i suoi ambienti evitando stacchi troppo netti e ombre troppo scure, suggerisce un senso di presenza e di umanità così vera, che quasi convince che questi suoi eroici e solenni personaggi, nella loro statuaria e granitica eleganza, possano anche respirare.
I suoi studi sulla luce, alla ricerca di atmosfere un po' sospese e di un naturalismo rivelatore di umanità, verranno sviluppati nel corso della sua carriera e culmineranno nelle opere della maturità. Su queste ricerche ha influito notevolmente anche l'insegnamento di Antonello da Messina, come si può notare nella Madonna dell'Accademia Carrara di Bergamo, nella Madonna della Vittoria del Louvre e nella Madonna Trivulzio.

Dopo il suo trasferimento a Mantova, alla corte dei Gonzaga, soprattutto negli affreschi di carattere celebrativo come quelli della "Camera picta" e nel ciclo dei Trionfi di Cesare, Mantegna sviluppa la sua vena scenografica e classicheggiante con grandi apparati prospettici e vedute di scorcio che divennero fondamentali modelli di illusionismo pittorico per le nuove generazioni di artisti.
La produzione di Mantegna si arricchisce continuamente anche della conoscenza archeologica e di spunti dal mito classico.

Nelle opere del periodo finale Mantegna si orienta verso una visione etica e utopistica dell'antichità che riflette la cultura raffinata della corte di Isabella d'Este, che si coglie in opere come Il Parnaso e l'Allegoria dei vizi. Questi ultimi dipinti rivelano, dietro ai simboli e alle citazioni mitologiche, un consapevole e disilluso sguardo sulla realtà dei suoi tempi, piena di difficoltà e sofferenza, ma rivelano anche una religiosa speranza di salvezza attraverso scelte etiche che, suggerite dal mito e dall'allegoria, vengono poste come monito o esempio da seguire.
Così, rispetto alle grandiose scene prospettiche abitate dai nobili personaggi del tempo di Ludovico II, gli ultimi dipinti di Mantegna acquisiscono un'accezione moraleggiante e didascalica. Sotto apparenti composizioni decorative, i suoi ultimi capllavori si caricano di simboli, allusioni e significati, divenendo come dei codici da decifrare, quadri da leggere e interpretare, composti quasi come testi scritti e miniati, destinati più alla meditazione colta dell'ambiente cortese che al coinvolgimento emozionale dello spettatore comune.

A. Cocchi

 

Approfondimenti:Andrea Mantegna, pittura, stile, Alessandra Cocchi, arte, .

Stile:Quattrocento, Rinascimento.

 



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