Gianlorenzo Bernini. Giove nutrito dalla capra Amaltea

Gianlorenzo Bernini. Giove nutrito dalla capra Amaltea. 1615. Marmo. Roma, Galleria Borghese.
Gianlorenzo Bernini. Giove nutrito dalla capra Amaltea. 1615. Marmo. Roma, Galleria Borghese. Foto di Peter80

 

Nell'opera giovanile di Bernini il mito classico di Giove è interpretato con una vena di ironia.

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Il primo lavoro autonomo di Bernini

 

Il gruppo con Giove nutrito dalla Capra Amaltea, eseguito prima del 1615 (forse già  nel 1609) è considerato il primo lavoro eseguito autonomamente dal giovane Gianlorenzo Bernini. Si tratta di una delle prime commissioni ricevute dal cardinale Scipione Borghese per la sua villa romana. E' tutt'ora conservata alla Galleria Borghese a Roma.
L'opera testimonia dell'ambiente di cultura "antiquaria" in cui si è formato Gianlorenzo. Come avveniva frequentemente, i migliori scultori del tempo che venivano incaricati di "restaurare" (cioè spesso riscolpire o modificare) opere antiche, appartenenti a facoltose famiglie. Per arricchire le prestigiose collezioni di antichità  veniva anche richiesto agli artisti di produrre nuovi pezzi con caratteristiche anticheggianti, al limite della contraffazione.
La Capra Amaltea di Bernini rientra in questa dimensione, ed è una rivisitazione dello stile ellenistico liberamente interpretato.

 

Il soggetto si riferisce al mito di Giove, sottratto dalla madre Rea alla violenza del padre Crono, che divorava tutti i suoi figli per paura di essere usurpato. Rea affida il piccolo Giove alla capra Amaltea per essere nutrito. La scultura mostra Giove bambino che munge la capretta, in compagnia di un piccolo satiro che beve il latte da una conchiglia.
Tutta la composizione segue uno sviluppo circolare e ognuna delle figure è rappresentata in movimento secondo posture in torsione o in contrapposto. La mole dell'animale accovacciato a terra è bilanciata dai due bambini, disposti obliquamente e opposti quasi a formare un cono. Gli atteggiamenti allegri, quasi giocosi dei putti e quello docile, umanizzato dell'animale indicano una accezione sottilmente ironica con cui viene interpretato il mito classico, e danno all'opera un tono piacevolmente scherzoso.
Alla levigatezza con cui sono trattate le superfici dei corpi infantili contrasta con l'aspetto ruvido e scabro del mantello dell'animale, della consistenza rocciosa della base e dei particolari come le chiome e la ghirlanda sulla testa di Giove.
Per tutte queste caratteristiche la scultura fu a lungo ritenuta un'opera di età ellenistica.

A. Cocchi

 

 

 

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Bibliografia

 

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