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Senza voce Profilo dell'artista: Caterina Marra Esposizioni


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“…so che qualunque cosa rimane nell’indugio, in questa vita greve di lentezza, non è interamente perduta.”

Rabindranath Tagore, Passando all’altra riva, 18

 Una sorta di stupore emana da molti pezzi della raccolta che Caterina Marra, scomparsa nel settembre 2008, ci ha lasciato, dopo un fecondo periodo di attività (2003-2007), preceduto da lunghi anni di gestazione creativa.
   Si tratta di piccole sculture, che raffigurano donne, regalmente silenziose, consapevoli di ogni sofferenza, intese ad aspettare, e a proteggere una intimità violata dal destino, nella quale intravediamo la sensibilità umana e femminile dell’artista, portata ad osservare, al di là delle situazioni contingenti, l’assurdo destino delle donne
   I valori di superficie sono altrettanto coinvolgenti: la “pelle” di queste sculture (bronzi o terrecotte, invetriate o no), squisitamente curata, levigata, trattata, diventa confine netto fra un “io” riservato, proibito, e il mondo circostante.   Una tensione, però, una tensione continua, preme dall’interno, gonfiandone le forme e mostrando i caratteri di un dolore trattenuto che pretende una nostra attenzione partecipe. Cosicché, senza muovere nulla, ci danno uno scossone.
   Negli anni ’80 e ’90, quando la didattica prendeva quasi interamente la sua vita di allora,  Caterina Marra aveva prodotto alcune opere di grafica, molto utili ad illustrare il rapporto con la propria identità d’artista: sguardi, immagini di sé inquietanti e profonde, che pongono a tutti noi una tremenda domanda esistenziale: erano gli anni in cui lievitava dentro di sè una necessità di dire, che temeva, però, il confronto e la prova, il giudizio altrui, ma anche il tempo di tutti, che, rotolando, avrebbe cambiato noi e le nostre parole.  Dopo gli anni ’90, la muta contemplazione del dolore del mondo ha sciolto il laccio che le legava le mani, così, qualche volta, sul cavalletto, c’era un lenzuolo buttato a nascondere una lenta elaborazione…  Lei stessa, in un pieghevole preparato nel 2005, dice di sé e della sua opera: “…icona di dolore, di composta prigionia, simbolo di un’esistenza ancora irrisolta…”
Dal duemila, ha cominciato ad occuparsi di ceramica invetriata, creando molti piatti decorati che riprendono i temi che inseguono la sua fantasia.

  

Elisabetta Ricca Rosellini

 

Stile:Arte Contemporanea.

 



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