Donatello. Giuditta e Oloferne. 1454-57.Dett. Bronzo e dorature. h 236 cm. Firenze, Palazzo della Signoria.
Foto di I, Sailko CC BY 2.5
Tra le opere realizzate da Donatello per la famiglia dei Medici, il gruppo della Giuditta e Oloferne è una delle più drammatiche. L'artista ha interpretato con grande libertà il testo sacro, creando un inquietante contrasto tra l'espressione pensosa e incerta dell'eroina biblica e la violenza del suo gesto.
Fino ai suoi ultimi anni di vita Donatello continuò a ricevere importanti commissioni dai Medici. Cosimo de' Medici e suo figlio Piero richiesero all'artista diversi lavori, tra i quali il gruppo di Giuditta e Oloferne. La scena rappresentata si riferisce ad un episodio della Bibbia in cui è narrata la vicenda del popolo di Israele sottoposto all'occupazione degli Assiri.
Per la sua realizzazione Donatello ha fuso distintamente undici pezzi assemblandoli insieme con i panneggi. Questi ultimi, per una resa più realistica, sono stati ottenuti modellando abiti di tela impregnati di cera poi sottoposti alla colatura del bronzo fuso.
Per molto tempo si è ritenuto che questo lavoro doveva essere posto su una colonna sopra una vasca del giardino di Palazzo Medici in funzione di fontana. Le nappe ai quattro angoli del cuscino nascondono dei fori da cui si era pensato che doveva uscire l'acqua. Ma da un recente restauro questa ipotesi è stata smentita, perché all'interno del bronzo non ci sono canali idraulici, quindi non si trattava di una fontana.
Nel 1494, dopo la cacciata dei Medici da Firenze, il nuovo governo repubblicano acquistò il gruppo della Giuditta e alla fine dell'anno successi vo venne posto sulla aringhiera di Palazzo Vecchio sostenuta da un basamento di marmo. In questa occasione furono rimosse alcune iscrizioni e vi furono incise altre, riferite alle virtù civiche della Repubblica di Firenze.
Donatello. Giuditta e Oloferne. 1454-57. Bronzo.
h 236 cm. Firenze, Palazzo della Signoria.
Il gruppo è l'ultimo esempio di scultura in bronzo a tutto tondo realizzato da Donatello e manifesta come anche in età avanzata l'artista ha saputo evolvere il suo stile, sia nella composizione complessa e articolata, sia nella sua valenza drammatica. Donatello ha affrontato l'impegno quando aveva ormai raggiunto circa 70 anni d'età e, secondo alcune testimonianze dell'epoca sembra che soffrisse di un particolare tremore alle mani, forse il morbo di Parkinson.
Questo lavoro è uno dei più alti risultati d dell'artista per il realismo impressionante, l'orrore e la crudeltà con cui viene mostrata l'uccisione del tiranno.
La scena sembra bloccata in un istante di incertezza che sembra apparire nell'espressione della Giuditta prima di sferrare il colpo finale e contrasta con la violenza del gesto e la maniera spietata con cui l'eroina solleva la spada e trattiene per i capelli la sua vittima.
Donatello. Giuditta e Oloferne. Dett. 1454-57. Bronzo.
h 236 cm. Firenze, Palazzo della Signoria.
Soprattutto nel panneggio Donatello riserva una particolare cura descrittiva, sviluppando in modo virtuosistico pieghe e raggruppamenti della veste.
Donatello si sofferma anche sugli aspetti più raccapriccianti come il particolare della testa di Oloferne quasi staccata dal corpo e del braccio abbandonato indietro. Il dettaglio del cuscino, schiacciato dal peso delle due figure rinvia da un lato al giaciglio di Oloferne e dall'altro, all'ebbrezza del tiranno, per la sua somiglianza con un otre gonfio.
Il gruppo della Giuditta e Oloferne è l'allegoria della Virtù che trionfa sul Vizio. Mentre la figura fiera e spietata di Giuditta rappresenta le virtù:
Sanctimonia sive Continentia e Humilitas; la scena sul piedistallo con il Baccanale e il medaglione al collo di Oloferne indicano invece i vizi: Luxuria e Superbia.
Il basamento originario riportava l'iscrizione latina:
Regna cadunt luxu surgent virtutibus urbes caesa vides humili colla superba manu.
Sotto ad essa si trovava anche la dedica che Pietro dei Medici aveva rivolto ai fiorentini:
Salus publica. Petrus Medices Cos. Fi. liberati simul et fortitudini hanc mulieris statum quo cives invicto constantique animo ad rem pub. redderent dedicavit.
Queste parole alludono alla dedizione dei fiorentini per la Libertà e la Repubblica e si riferiscono al discorso tenuto da Piero de' Medici, il giorno della sua nomina a gonfaloniere di giustizia nel 1461. In quella occasione Piero de' Medici aveva sottolineato che il rinnovamento politico del governo cittadino di cui faceva parte aveva portato valori di pace, libertà e unità.
Secondo alcuni studiosi fu in seguito alla sua nomina che il gruppo bronzeo di Donatello venne poi portato davanti al Palazzo Vecchio in Piazza della Signoria, dove si trova tutt'ora, altri ritengono invece che il suo spostamento dall'interno della proprietà medicea sia avvenuto in seguito alla cacciata dei Medici da Firenze, divenendo il simbolo della libertà repubblicana che vince la tirannide.
A. Cocchi
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